ISP Immigrant storytelling project! Tutor Universitaria/©Jorida Dervishi

My Story Is Your Story...

ISP Immigrant storytelling project! Tutor Universitaria/©Jorida Dervishi

My Story Is Your Story...

Storie di migranti raccolte da Jorida Dervishi

Never give up...

Jorida Dervishi / Author
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PREFAZIONE

NOI E LORO di Ennio Abate

«Migrare» - ha scritto di recente la filosofa Donatella Di Cesare nel suo «Stranieri residenti» (Bollati Boringhieri 2017) - «non è un dato biologico, bensì un atto esistenziale e politico, il cui diritto deve essere ancora riconosciuto». Tale mancato riconoscimento da parte degli Stati (e, di conseguenza, dei loro cittadini) fa del migrare un dramma – ieri nazionale, oggi planetario - che spesso finisce in tragedia. Chi emigra continua a ritrovarsi «a mezza parete», come scrissero nel libro omonimo del 1982 Delia Frigessi Castelnuovo e Michele Risso. A dibattersi, cioè, da solo o quasi, tra la nostalgia di un mondo perduto e la speranza, che spesso si dissecca, di una vita nuova. Oppure continuerà a ritrovarsi – ne scrisse nel 1999 lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun – in una «estrema solitudine». Da intendere in senso spirituale ma anche fisico e sessuale, perché lontano da familiari e amici, sradicato dalle sue tradizioni, proiettato in un mondo che si muove secondo modelli etici, sociali, culturali quasi completamente diversi dai suoi.

Questo libro, suddiviso in tre sezioni («Essere migrante», «Storie migranti», «Reti migratorie») aiuta a disintossicarsi dal veleno di una assillante propaganda, che, invece di aiutare il dialogo tra umanità residente in Italia (ma il discorso vale per tanti altri paesi toccati dalle migrazioni) e umanità nomade, finisce per innalzare e rafforzare muri di pregiudizi, di cliché, di paure reciproche. È stato amorosamente curato da Jorida Dervishi che, grazie anche alla sua esperienza di migrante, ha rispecchiato la sofferenza e il coraggio di quanti hanno deciso di confidarle le loro storie, rivivendo così la sua stessa vicenda, quasi come il naufrago di cui parlano i famosi versi di Dante:

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge a l'acqua perigliosa e guata

(Inferno, Canto I)

La seconda sezione («Storie migranti») è il cuore pulsante del libro. Come in un caleidoscopio tante schegge di vetro colorate formano variabili e ammirevoli composizioni, qui le schegge di vita di un certo numero di migranti (uomini, donne, ragazzi e ragazze) mostrano la varietà della condizione migrante: qualcuno prima di partire era un venditore ambulante o un soldato o un farmacista o un calzolaio o un falegname; alcuni sono fuggiti dalla guerra (per Kareem quella in Afghanistan); altri, come Maia Castiello, da un Salvador dove «le bande […] ogni mese cercano i soldi altrimenti ti ammazzano». Ma anche il coraggio e la fatica che emigrare ancora oggi richiede. Perché viene messa in gioco, e spesso la si perde, la vita nel tentativo sempre incerto di migliorarla. La cronaca degli ultimi decenni ci dimostra che è capitato a tanti. E poteva capitare anche a Moner, nascostosi con altri due suoi amici nel buco (tra motore e l’ammortizzatore) di un pullman di turisti che stava per rientrare in Italia. Altri hanno provato la durezza disumana delle prigioni, la paura di essere braccati, ricattati o picchiati dai poliziotti.

E parecchi di quelli che qui parlano, anche quando sono riusciti a giungere in Italia, hanno la preoccupazione del permesso di soggiorno o sono alla ricerca, spesso umiliante, di un lavoro, di un’abitazione; o devono sopportare la diffidenza e l’ostilità della gente. Brevi o lunghe, raccontate in modo immediato o meditato, queste testimonianze incuriosiscono, appassionano, fanno riflettere.

Tre cose mi hanno soprattutto colpito:

1. la volontà tenace di adattarsi alla realtà del Paese d’arrivo, anche quando si è provato quanto essa sia ostile e difficile per chi appare comunque straniero;

2. la necessità di chi emigra di contare soprattutto su se stesso, essendo tuttora insufficienti (o, con il governo Salvini, addirittura in via di smantellamento) le «reti migratorie» di connazionali, volontari o assistenti sociali (di cui si parla nella terza sezione del libro);

3. La difficoltà (se non ci si ferma alla superficie di queste testimonianze) di parlare di quello che si è vissuto e si sta ancora vivendo.

Mi pare, infatti, che le testimonianze documentino come ciascun migrante debba costruirsi giorno per giorno una sua strategia individuale di autoeducazione per sopravvivere fisicamente e spiritualmente agli imprevisti delle circostanze in cui viene a trovarsi. E ora si affida al valore della pazienza, imponendosi di accontentarsi del poco o del minimo (come Juan). Ora si dà da sé la forza di guardare avanti, anche se non sa a cosa va incontro. Ora alimenta in sé il miraggio di un mondo comunque diverso, migliore e più ricco di possibilità rispetto a quello da cui proviene. Ora impara a resistere alla nostalgia e al richiamo degli affetti perduti. O ad affidarsi al sogno dell’indipendenza, del mettersi in proprio. O a contare sul proprio desiderio. (Lo dice chiaro e tondo Mohamed Salam, egiziano, farmacista ora lavapiatti: «ciò che conta è quello che io voglio, sono i miei desideri»). Ma questa strategia è anche pratica. C’è da diventare acuti osservatori della realtà spesso ostile- Perché si può essere prede, mentre spesso la gente non fa che viverti come invasore o predone. Lo ricorda saggiamente Thierno nella sua testimonianza: «Noi dobbiamo stare attenti a tutto ciò che accade attorno a noi, dobbiamo pensare molto bene ogni nostro movimento, calcolare ogni azione». E, malgrado timori e depressioni resta ancora – per fortuna! - la forza di stupirsi per le storture sociali del Paese in cui si è arrivati. Come succede ad Osmil:«La cosa che mi fa veramente impressione in Italia è la gente che cerca l’elemosina. A Cuba questa cosa non esiste». E sono certo di poter dire che in molte testimonianze affiori solo una parte della complessa e contraddittoria esperienza dei migranti. E che il resto verrà fuori solo col tempo. Mi ha stupito, ad esempio, che spesso alcuni dicano di trovarsi bene in Italia. Eppure, a volte sono ancora senza lavoro, soli o in difficoltà. Spesso i desideri espressi in varie testimonianze sono minimi. Si vorrebbe una vita tranquilla, il ricongiungimento coi familiari lontani. Nessuno pare se la sente di esprimere grosse ambizioni o addirittura rivendicazioni. Esiste, secondo me, una giusta reticenza o forse un pudore o una impossibilità di dire apertamente tutto il malessere in cui si sono venuti a trovare o in cui spesso ancora si trovano. Perché – dobbiamo dircelo - il confronto (e spesso lo scontro) tra loro e noi è nella realtà, al di là delle buone intenzioni e anche dei concreti atti di solidarietà di tanti volontari, comunque diseguale e loro rispetto a noi sono nella posizione di svantaggio degli ex colonizzati.

Lo si sente, forse con più chiarezza, nelle testimonianze delle vite più fragili dei ragazzi e delle ragazze. Anche loro sembrano volersi accontentare di piccole gioie. Eppure cercano inquietamente varchi di libertà tra le maglie strette delle norme religiose e familiari; e dicono più schiettamente il disagio di essere vissuti e trattati da diversi, come corpi estranei: «A scuola un po’ male mi sento, tutti ti guardano strano. Sono l’unica con il velo» (Nora). Queste migrazioni con la loro complessità sono imparagonabili a quelle interne che si ebbero da noi, in Italia, tra gli anni ’50 e ’70 del Novecento.

Eppure il filo che le può collegare alla nostra storia c’è. Perciò questo lavoro di Jorida Dervishi va accostato alla prima inchiesta sugli immigrati» che venne condotta in Italia da Franco Alasia e Danilo Montaldi e raccolta nel libro «Milano, Corea» pubblicato la prima volta nel 1960. Essi trascrissero dal vivo i racconti di migranti calabresi, veneti, pugliesi o campani in gran parte di origine contadina e provenienti dalle zone più povere dell’Italia di allora. Anche loro furono alle prese con la ricerca di un lavoro (precario o fisso), di un’abitazione, di affetti, di cibo. Anche loro ebbero addosso i controlli polizieschi, la concorrenza di altri emarginati o ebbero una solidarietà spesso strumentale da parte dei propri corregionali o delle istituzioni assistenziali del tempo e subirono le ferite dei pregiudizi (altrui e propri). Per ora queste vite di migranti, come le nostre di residenti da tempo in Italia e quelle di milioni di uomini e donne, anziani e bambini, sono agitate dalla storia caotica iniziata all’incirca dal 1989 con la caduta dell’URSS e del precedente ordine mondiale della Guerra Fredda. E per riprendere il paragone con il caleidoscopio, bisognerebbe dire che queste schegge di vite migranti restano ancora troppo grigie e che i colori più accessi sono ancora soffocati o ridotti. Ma chi può escludere che si possano ricomporre in disegno splendente e multiculturale? Per ora esso appare utopico, ma comunque affiora. Ad esempio, nella testimonianza di Ami Dar, che, soldato israeliano di vedetta al confine della Siria vede col telescopio dei soldati siriani giocare a calcio e pensa a un mondo di cooperazione tra gli uomini al di fuori dei confini che li dividono o li contrappongono.

12 maggio 2019

La mia Storia è la tua Storia

www.joridadervishi.91.org

 

Introduction 

Every story is unique and unrepeatable, that's why stories are important. You can learn from every life experience, it would be enough to look deeper into each story to better understand your place in this life journey. You are the subject that looks at the world, you are the main protagonist of this journey ... Why tell a story? Because it is there that a voice begins to embrace other voices along the road, in the earth and in the air, in the desert and in the middle of the sea ... The second step is to narrate these truths, pieces of soul and reality that come from all over world. Telling a story is not at all easy, and for this reason I strongly wanted to ensure that their message and their subjectivity emerge in the first place. This is the most beautiful journey I've ever made. I touched with my own eyes and my hands every single detail told by the real protagonists of this book; the Migrants and those who wanted to share with us a piece of their life. During the interviews I was moved, excited but at the same time I learned a lot of things. For me it was the journey of a life lesson that CONTINUES ...

 

Vi dico grazie per tutto il lavoro fatto insieme. Purtroppo viviamo immersi in un tempo che va veloce e dritto come una freccia, e tutto è in rapida successione; i regali, l'albero di Natale, sono tutte cose che vanno fatte, diventando “cose da fare per forza” ... Mi chiamo Jorida Dervishi, ho 28 anni, sono una figlia felice, sorella di un fratello che è stato uno dei regali più belli che i miei genitori mi potessero fare. Abbiamo una differenza di 14 anni ma questo fatto non ci impedisce di condividere insieme tanti momenti di gioia. Sono compagna di un bravissimo uomo che è sempre accanto a me in ogni “follia”. Ho voluto fortemente lavorare a questo progetto perché ho sentito la necessità di raccontare delle storie, di raccontarvi di me e di farlo soprattutto a modo mio. Un po' strambo, tragicomico ma tremendamente vero. Ė stato molto difficile aprire i cassetti chiusi a chiave e tirare fuori le parole, i pensieri più intimi e profondi, li sentimenti, le paure, tutto l'amore. Allo stesso tempo mi sono sentita leggera e forte davanti a tutto quello che ho avuto il coraggio di scrivere, vivere, comprendere, lottare, affrontare. Rileggendo tutte le pagine ho pianto e ho riso, sono passata da sentirmi debole al vedermi una donna forte con tanta voglia di lottare, più determinata che mai. Una lunga seduta d’analisi faccia a faccia con me stessa e con questa realtà. Tutte le volte che mi sono sentita stretta contro il muro ho tirato fuori tanta energia e il risultato finale è stato quello di dare sempre il meglio di me. Spero sia così anche questa volta ma ad ogni caso non mi tiro mai indietro. La passione per la lettura e scrittura è uno dei miei regali più preziosi che la vita mi potesse dare dopo la mia famiglia. Il mio lavoro, che da studentessa cerco di portare avanti con coraggio e il massimo d'impegno è la mia ragione di vita, la spinta che mi invoglia ogni giorno ad alzarmi da letto e ricominciare tutto da capo, di non essere mai contenta, a provare e riprovare, a mettere tutto in discussione anche nei giorni bui, dove la luce non passa e tu ti senti sprofondare mentre gli altri ti guardano. In questo periodo di alti e bassi, in ricerca di trovare l'equilibrio della vita mi sono chiesta cosa mi spinge a resistere. Non è l’orgoglio e la rabbia, nemmeno la paura di scomparire ma l'amore. Questo sentimento ti fa trovare qualcosa di bello anche nei momenti più faticosi, di sorridere anche quando sembra di non avere più le speranze, di aspettare anche quando il vento d’inverno ti spacca la faccia. Perché tutto può passare se c'è qualcuno che spera e che ama la vita. Noi restiamo comunque ad aspettare…Io sono qui che aspetto, il tempo non ha consumato niente, le esperienze di questi anni sono state le mie maestre di vita, io sarò sempre qui ad aspettare... Sono nata a Coriza nel 3 marzo 1991, un comune posizionato nel centro-meridionale dell’Albania, non lontana dai confini con la Grecia e la Macedonia. Ho vissuto lì per qualche anno, poi insieme alla mia famiglia ci siamo trasferiti in un'altra città a causa del lavoro di mio padre. In quel periodo lui lavorava come poliziotto vicino al confine con la Grecia. Mio padre ha lavorato per 17 anni nella struttura della Polizia di Stato ed è stato più conveniente per mia madre abitare vicino ai suoi familiari. Ho dei bellissimi ricordi sia della mia infanzia sia della mia adolescenza. Coriza è una bellissima città piena di tradizioni, di bellezze. Un'architettura particolare con delle vie strette che tengono appoggiate le case vecchie, abitate dai cittadini che cercano ogni giorno di mantenere le proprie tradizioni ospitando ogni anno molti turisti. Il mio paese d’origine viene chiamato come “Piccola Parigi”. Compiuti i 18 anni, mi sono trasferita nella capitale, a Tirana. Sicuramente una città grande, nella quale ho vissuto per 6 anni. È stato allo stesso tempo difficile perché ho dovuto gestire tutto da sola, ma anche un momento di grande riflessione su me stessa e il futuro che volevo costruire. Avevo un sogno, quello di aprire un bussines, che mi avrebbe permesso di diventare una donna di successo. In questo modo avrei aiutato anche altre persone. Sognavo di aprire nuovi spazi, nuove strade… Sicuramente in questa città ho mosso i primi passi, ho studiato commercio, ho finito il master in Economia Aziendale, ho lavorato come assistente docente, ho creato i miei progetti di lavoro, ho imparato a cucinare, ho pianto tanto, ho riso per le mie insicurezze, ho preso forza e ispirazione da tante persone, mi sono delusa, ho dovuto fallire per rialzarmi con nuovi obbiettivi, ho creato le mie amicizie, ho imparato dai miei errori. Il mio viaggio verso Italia Ho iniziato questo percorso con niente in mano ma con un sogno, oggi io vivo questo sogno, questa ė la storia del mio viaggio che continua... Mentre camminavo ho incontrato delle bellissime persone, che anche oggi continuano a fare parte della mia vita. È stato difficile lasciare tutto, iniziare un nuovo percorso di vita, cercando di collegare “quell’io” rimasto in Albania col un altro “se” che cerca di integrarsi con una lingua straniera, una cultura diversa, una mentalità altrettanto nuova. Tante volte ho pensato di smettere, di tornare indietro, poi monologando con me stessa, ho deciso di progettare una cosa mai fatta prima. Questa volta i protagonisti principali sarebbero stati due: la mia storia e quella delle persone come me. Un nuovo territorio mi aspettava, le sfide da affrontare, ma importante per me era quello che io desideravo. Lo so che ci vuole tanta forza e molta volontà, e infatti loro sono stati i miei amici di cuore, insieme al desiderio di cambiare questo mondo. Adesso avevo in mano qualcosa di più prezioso: sapevo che per cambiare il mondo bisognava iniziare dalle piccole cose, che la vera felicità non la trovi nella cima del mondo ma dentro alle altre persone incontrate lungo la strada. “Scuola popolare migranti con le donne” è stata la mia prima esperienza come animatrice. La scuola la facevamo tre volte alla settimana durante il pomeriggio. Insieme abbiamo creato un luogo dove ognuna di noi si sentiva accolta, accettata, ascoltata, sicura, ma soprattutto libera di esprimere i propri pensieri. Una volta alla settimana mettevamo sul tavolo diversi argomenti della nostra vita quotidiana. Questa bellissima conversazione veniva accompagnata da un caffè e dai buonissimi dolci fatti dalle donne. Uno spazio di condivisione di quello che ognuna poteva offrire. Riuscivo a percepire la loro soddisfazione mentre facevamo qualcosa di diverso. La maggior parte delle donne provenivano dal Marocco e dall'Egitto. Avevo paura di come gestire e organizzare una classe dove si insegnava italiano mente io ero appena venuta in Italia. Ho iniziato a mettere insieme le cose in comune; noi eravamo tutte straniere, donne in ricerca della liberà e della compressione. Quello che ci divideva è diventato un'esperienza di insegnamento che ci ha fatto capire tante cose. Prima di tutto ci ha insegnato rispettarci, ci ha fatto diventare una vera squadra. Non era importante chi metteva il velo e chi no, perché, quando ti fai aprire gli occhi e guardare più al fondo, capisci meglio la realtà, cresci…È molto importante non perdere la fiducia, non dimenticare da dove sei partita, la tua forza di motivazione, le tue origini…Quattro anni d’intervento culturale non sono tanti ma sicuramente sono bastati per comprendere meglio ciò che ci circonda. Perché fare l'intervento culturale? È cambiata la mentalità nel fare intervento culturale? Queste sono state due delle domande nate da me e dai migranti durante questo periodo che siamo stati assieme. Io direi che più che altro questa esigenza ha cambiato la mentalità di comprendere le cose, ha cambiato il punto di vista dal quale guardiamo le immagini della vita, ha cambiato il modo in cui entrare in relazione con gli altri, mettersi nei loro panni; sedersi insieme a loro per creare nuovi orizzonti, aprire i confini soprattutto quelli mentali. Se qualcuno mi chiedesse di cambiare qualcosa di quello che ho fatto sinora, la mia risposta sarà la stessa. Sicuramente vorrei migliorare me stessa per poter ‘aiutare’ e dare il mio piccolo contributo nel fare Intervento Culturale. Visto che le domane erano tante, io ho pensato di condividere con voi un piccolo pensiero riguarda alla situazione di questo mondo d’oggi. Sono sicura che dentro, anche se in una maniera indiretta troverete la risposta delle vostre domande. Vi ringrazio tanto perché scrivendo queste righe ho capito quanto sia importante essere ascoltato!

StoryCorps Archive

https://archive.Storycorps.org > interviews

La mia storia è la tua storia 

Ẽ un progetto che condivide storie di vita con lo scopo di aprire lo spazio alle nuove relazioni e soprattutto imparare ad apprezzare il valore del ascolto. Ogni storia è importante. Quando vedi, impari!  Dopo quattro anni di lavoro, ho raccolto tante storie di vita per poi scrivere un libro come testimone e portavoce di tante piccole realtà, affrontando le problematiche legate alla migrazione e alla costruzione di un progetto di vita; Tanti hanno parlato della vita di uno straniero, con tutti i suoi colori! Ma in fondo, ogni essere umano vive un’esperienza individuale, e nessuno di noi potrebbe scoprire la vita degli altri fino a quando non entra in quest’ultima...

"My story is your story"

Jorida Dervishi is an idealist through and through. Jorida came from Albania to Milan 4 years ago and opened her own school for women immigrants to help them learn to speak Italian. While working with her school devoted to women immigrants she began working with Scuola Popolare Migranti to teach all those willing to learn Italian. She and here co-teacher Giovanni find every opportunity to help immigrants in Milan to learn to speak Italian, to learn Italian culture, and to prepare for their exams for residency, visas, and ultimately their Italian citizenship. Jorida is on a mission to work hard on behalf of herself and the many other immigrants living in the province of Milan. Jorida has created her own immigrant storytelling project entitled, Your Story Is My Story. Her thesis is that we are all human and come from many parts of the world. In every person's story there is an element that overlaps with one's own story. This documentary project is an ongoing project for Jorida as she and her team begin another semester of classes at Scuola Popolare Migranti.

Essere Migrante

Nel decidere qual è il significato della parola “Migrante” abbiamo dovuto confrontarci su quali fossero i soggetti a cui chiedere le storie. Abbiamo dovuto rispondere alla domanda su “chi” fosse migrante. Senza voler proporre una definizione che assume una forma finale proviamo a rispondere in questo modo. Una donna, un uomo, un bambino che...?! Donne, uomini, bambini. Singolarità e pluralità di esseri umani che come tutti gli esseri umani hanno bisogno di uno spazio per la loro esistenza. La parola “migrante” si riferisce a uno spostamento da uno spazio a un altro e allo stesso tempo ad un essere sospesi nello spazio. Perché un ostacolo, una barriera, un limite, un confine, visibili o invisibili, giuridici, politici, sociali, si frappongono alla piena adesione alla terra di donne, uomini e bambini. E rimane sospesa nel tempo, perché un limite, un confine, bloccano lo spostamento, impedendo che il movimento, come tutti i movimenti, si attui da un luogo a un altro per trovare finalmente l'equilibrio del vivere…

"Scuola Donne" Cologno Monzese, MI, Italia